Questo blog nasce dalla passione per i libri e dalla volontà di raccogliere insieme un po' di commenti che ho lasciato in giro qua e là su Facebook. Non sono un critico letterario nè ambisco esserlo, sono soltanto un lettore che ama riflettere su ciò che legge e condividerlo con gli altri per confrontarsi. Non ci sono tutti i libri che leggo, ma solo quelli di cui ho avuto voglia di parlare, anche senza ragioni specifiche, magari soltanto perchè in un determinato momento avevo voglia di farlo.

sabato 3 maggio 2014

Jezabel - Irène Némirovsky


Profumi e balocchi in versione letteraria, la celebre canzone strappalacrime del 1928, ovvero lo stereotipo della donna ricca e senza cuore, presa solo da sè stessa e dal suo desiderio, ossessione in questo caso, di apparire bella, di piacere. La paura di invecchiare che assurge al patologico, il rifiuto dell'età come rifiuto di sè, porta Gladys, la protagonista del romanzo della Nemirovsky, a passare sopra a tutto, affetti in primis, come un buldozer, per giungere dove Dorian Gray è giunto pagando il prezzo che tutti sappiamo.

Il fascino come arma e l'omicidio come catarsi o come fuga dalla realtà, dal tempo che scorre, accomunano Gladys e Dorian, ma direi che le analogie si fermano qui, il valore letterario delle due opere è assolutamente incomparabile, Oscar Wilde ha tutt'altro spessore. Jezabel intrattiene ma nulla di più, cerca ripetutamente il colpaccio, ma è un colpaccio già ammiccato nelle prime pagine, non riesce a sorprendere come vorrebbe, almeno non un lettore del XXI secolo, non dimentichiamo che il libro è del 1936, ha cioè 80 anni.

Lo stile è essenziale, dialoghi, soprattutto dialoghi, poche le descrizioni e piuttosto sommarie ed un linguaggio non molto ricercato; ha comunque il pregio di una discreta scorrevolezza, anche se non sempre riesce a mantenere alta l'attenzione, soprattutto nei punti dove si intuisce anticipatamente il contenuto della pagina successiva.

Se sintetizzando al massimo Guerra e pace, Woody Allen diceva che parla della Russia, di Jezabel si può dire che anche i ricchi piangono, ma i poveri forse di più.

martedì 4 febbraio 2014

La pelle - Curzio Malaparte


Il titolo quasi allude sensualità, ma la pelle di cui si parla è più prosaicamente, o semplicemente, quella che chi è disperato cerca di salvare, cioè la propria o al massimo quella dei propri cari. Napoli, 1943, gli alleati, americani e franco-marocchini, risalgono da Salerno dove sono sbarcati e occupano la città. La liberano, dice qualcuno, ma Malaparte non sembra essere d'accordo, non solo perché sono, di fatto, un esercito straniero (che 70 anni dopo ha ancora lì il suo quartier generale) ma perché sono un'entità estranea che mai comprenderà né sarà compresa, potrà solo essere fagocitata da quell'incredibile universo che è la città partenopea.

La guerra ha portato la popolazione allo stremo, la miseria fisica ha dato spazio a quella morale, la fame ha fatto a pezzi la dignità delle persone, guadagnare un giorno di vita in più è il solo scopo di chi ha l'indomani come unico orizzonte possibile, sempre che un proiettile, una bomba o persino il Vesuvio non si mettano di traverso. La mancanza di cibo ha rotto gli schemi, gli equilibri secolari che regolano i rapporti sociali, ma non ha intaccato il carattere dei napoletani, quel distacco dalle cose terrene che ad un superficiale sguardo può apparire semplice fatalismo.
L'abisso si manifesta attraverso donne che per un pacchetto di sigarette vendono se stesse o addirittura i bambini, magari prima che questi possano vendere loro; un pacchetto di sigarette vale 3 chili di pane, la sopravvivenza di un'intera famiglia, della specie. Malaparte inorridisce, "I bambini a Napoli sono sempre stati sacri", ma non giudica e neppure noi possiamo farlo, la fame bisognerebbe provarla per capirla.

E pure Napoli bisogna provarla per capirla, per quanto chi non è napoletano possa riuscire a fare. Superando la naturale repulsione che sporcizia ed incuria suscitano dentro di noi, grattando un poco quella patina grigia ed appiccicosa, a volte melensa, che ricopre palazzi e persone, andando oltre ritualità che paiono inutili superstizioni, si scopre un mondo meraviglioso popolato da un'umanità incredibilmente viva e vivace, un microcosmo appena intaccato dalla modernità o meglio, che nella modernità ha saputo conservare la propria identità e soprattutto la propria anima. Sì, perché Napoli, a differenza ad esempio di Roma, ha ancora un anima ed è un anima bellissima. Ha uno dei pochissimi centri storici in Italia, insieme a Palermo, Bari e Genova, dove le case e le botteghe antiche non sono state trasformate in abitazioni di lusso e concept store, dove gli abitanti non sono estranei catapultati da luoghi remoti, dove ceti sociali diversissimi fra loro coesistono seppure con le inevitabili differenze. Napoli è Napoli, non altro, è unica, ti carezza e ti bastona a seconda dei suoi umori, ma non scivola mai via indifferente, sia che lo sguardo da Posillipo spazi verso il golfo, sia che resti abbacinato dalle brutture industriali di Bagnoli.

La pelle è un libro bellissimo, che cattura fin dalle prime pagine, a volte rifila un pugno allo stomaco, altre affascina per l'eloquio o per l'analisi profonda e attenta dell'autore, lucida al punto di sembrare cinismo. Racconta i fatti come si sono svolti, nudi e crudi, senza volerne trarre spunti per esaltare vincitori o vinti, ma esplicitando, o lasciando alla sensibilità del lettore, riflessioni sul senso atroce della guerra e sui suoi drammatici effetti sulla vita quotidiana delle persone.
La Quinta Armata che avanza non è quella che la filmografia hollywoodiana ha mostrato nella sua innegabile eroicità, ma è un esercito di uomini che combattono, vincono ma tremano e spesso sbagliano o anche si comportano in modo ridicolo. Fra loro, i tanti a cui dobbiamo la nostra libertà, anche se, ci avverte Malaparte, è una vergogna vincere la guerra, intendendo con questo che la grandezza di un popolo si misura dal modo in cui tratta i vinti.

Da segnalare che quando è stato pubblicato è stato messo all'indice dalla chiesa cattolica, probabilmente per la scena degli ebrei crocifissi, simbolo evidente della contraddizione dell'Europa cristiana che genera la più atroce guerra della storia umana e poi si commuove provando pietà per se stessa. Così come i campi di concentramento nazisti diventano il luogo dove dubitare dell'esistenza di Dio o almeno della sua onnipresenza, una guerra fra europei pone inevitabilmente domande sul senso della fratellanza cristiana. Ciascuno, all'ultima pagina avrà le sue risposte, di sicuro è un libro imperdibile, di sicuro un libro che segna.


giovedì 23 gennaio 2014

Il male oscuro - Giuseppe Berto


Il fantasma del padre, prima reale poi introiettato, aleggia sul protagonista e sul lettore durante l'intero romanzo. Romanzo fino a un certo punto, giacché in prima pagina l'autore si premunisce di comunicarci la natura autobiografica dell'opera citando la nota affermazione di Flaubert, Madame Bovary sono io. Ma così come Emma Bovary non è solo Flaubert ma un po' tutti noi, ritrovarsi nelle nevrosi e nelle compulsioni del protagonista, magari con le proporzioni del caso, è un fatto che si ripete spesso durante questa lettura. Nevrosi, si badi bene, non psicosi, come Berto stesso tiene a distinguere, quell'insieme di sintomi che divengono malattia essi stessi in assenza di una patologia altrimenti definibile. Il male di vivere, la sofferenza dell'uomo moderno, compresso tra la volontà e la possibilità, che a volte esplode nell'urlo di Munch, altre si avviluppa su se stesso in un male oscuro che diventa l'unica risposta, l'unico rifugio, l'unica strada per difendersi da un mondo che percepisce ostile.

Tutto il libro, che si sviluppa come un unico flusso ininterrotto di pensiero, trasuda depressione, condita qua e là da sprazzi di ironia o autoironia, qualità che spesso non manca ai depressi, alternando cinismo ed autocommiserazione. Non so se sia proprio di Berto la definizione "male oscuro", lo credo ma non ne ho la certezza, di sicuro è ben azzeccata; oscuro non in quanto clinicamente sconosciuto, la psicanalisi ha cent'anni, ma perché oscura è la via che conduce alla diagnosi e quindi alla terapia adatta. Brancola infatti nel buio il protagonista, peregrinando fra specialisti di varie branche della medicina alla ricerca dell'origine fisiologica di un dolore che in realtà parte dalla sua testa o, più probabilmente dalla sua anima. Nella lingua spagnola c'è un termine bellissimo che l'italiano non ha, "anímico", che corrisponde a tutto quello che riguarda la persona interiormente. Ecco, Il male oscuro è un romanzo anímico, che ci mostra in modo incredibilmente realistico quello che avviene nella mente e nel corpo, di un depresso, l'eziogenesi dei suoi sbalzi d'umore, il suo pessimismo, le sue improvvise euforie, le sue strategie di sopravvivenza, spesso grottesche agli occhi delle persone sane. E lo fa, incredibilmente, senza intristirci, senza contagiarci.

Giuseppe Berto ha scritto questo libro in soli due mesi nel 1964, dopo quindi La coscienza di Zeno di Italo Svevo, a cui però per fortuna non attinge stilisticamente, e prima di Le parole per dirlo, di Marie Cardinal, al cui confronto appare abissalmente più profondo ed intenso e soprattutto meno evangelico a proposito della psicoterapia. E' un romanzo scritto innanzitutto per sè, una catarsi interiore perfettamente riuscita, uno di quei punti che nella vita si sente ogni tanto di dover mettere, che però risulta, forse incidentalmente, anche profondamente didattico sulle tematiche freudiane.

E' assolutamente un capolavoro, scorre senza stancare malgrado lo stile impetuoso fatto di periodi molto lunghi dove però, a differenza di Saramago, non manca la punteggiatura. E' ricco di fatti, pensieri, riflessioni profonde, avvenimenti storici reali (le vicende si svolgono nell'arco di alcuni decenni), descrizioni di vita familiare e quotidiana che quasi lo rendono fruibile anche come romanzo di costume. E' il racconto di un uomo e del suo male che diventa però il racconto di tanti uomini della nostra epoca che faticano a trovare se stessi e la propria dimensione.

venerdì 3 gennaio 2014

L'Agnese va a morire - Renata Viganò


Katz kaputt, il gatto è morto. Tutto quello che sapevo, o ricordavo, dell'Agnese va a morire è la frase breve e lapidaria che un soldato tedesco pronuncia ridendo, dopo aver crudelmente ed inutilmente sparato al gatto di Agnese, recidendo quell'ultimo legame che le rimaneva con la vita normale, quella vissuta fino a prima della guerra. Katz kaputt, ed una donna anziana, anziana almeno secondo i canoni di allora, si ritrova a lavorare attivamente per la resistenza (pardòn, Resistenza, tanto per chiarire che non parliamo di resistenze elettriche o psicologiche), a partecipare a quelle che fino ad allora erano state per lei "cose da uomini". Katz kaputt sono le sole parole che erano rimaste impresse nella mia mente, un frammento trasmesso dal libro di antologia delle medie o del ginnasio, epoca in cui qualunque lettura, anche la più piacevole, diventa una noia mortale per il solo fatto di essere imposta dalla scuola.

Eppure è un libro bellissimo, un racconto realistico, verace, della guerra partigiana, successi e sconfitte di uomini semplici ed eroici, difficoltà ma anche piccole gioie quotidiane malgrado la morte sempre incombente. Un romanzo da leggere oggi, quando il tempo sfuma i contorni dei fatti e molti, troppi, tentano di approfittarne per rimestare la Storia in un unico calderone dove confondere torti e ragioni, mostrando i morti per ciò che sono, tristi corpi inanimati, e non anche ciò che sono stati, ovvero vittime o carnefici. Troppo facile, o troppo disonesto, al caldo delle nostre case, mettere tutti sullo stesso piano. Ci sono stati sicuramente giovani e giovanissimi che ubriacati dalla propaganda del regime fascista hanno fatto in buona fede scelte scellerate, ma i veri traditori dopo l'8 settembre sono stati coloro che impugnando la bandiera italiana da loro stessi insanguinata si sono messi al servizio del criminale nazista, non di certo chi ha scelto di combattere un esercito invasore ed ha pagato la sua scelta con la vita. Ai primi va l'umana pietà che si deve ai morti, ai secondi il tributo che si deve agli eroi e l'eterna gratitudine per la libertà di cui godiamo oggi. Katz kaputt, così per gioco, ma un gioco non era e tanti l'hanno pagato a caro prezzo.

Ho finito di leggere questo libro girovagando per le colline toscane, passando anche per Volterra, la città di Bube, un'altro protagonista letterario della resistenza. Qua e là qualche targa firmata CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, ricorda un ragazzo morto poco più che ventenne nell'inverno del '44, fucilato insieme a dieci suoi compagni o un'intero paese di inermi contadini. Accanto alla targa, l'insegna di un ristorante, libero grazie a quei ragazzi là. Dentro, casualmente, mi ritrovo seduto vicino ad un tavolo occupato da quattro tedeschi. Katz kaputt mi risuona ancora nella testa, quasi vorrei alzarmi e chiedergli perché hanno sparato al gatto, perché un popolo intero, decine di milioni di persone, ha fatto della crudeltà e dell'odio una religione, una scelta di vita, perché ancora oggi c'è chi subisce il fascino di quelle idee di morte e sopraffazione, ma anche idee di vigliaccheria, chè solo un vigliacco può affrontare un gatto con il mitra. Katz kaputt, il gatto è morto, Agnese pure, e tanti uomini e donne anonimi con loro. A noi vivi, il dovere del ricordo, a noi lettori il piacere della prosa lucida di Renatà Viganò, donna, partigiana, scrittrice. Katz kaputt, alla fine hanno perso, i gatti sono ancora vivi.

venerdì 27 dicembre 2013

Il deserto dei tartari - Dino Buzzati


La Fortezza Bastiani siamo noi, il perseverare nell'essere ciò che non siamo, confidando illusoriamente che in un futuro indefinito saremo ciò che oggi abbiamo paura di essere. I tartari invece sono i fantasmi, chè di fantasmi si tratta, che albergano nell'animo nostro, quei draghi che da bambini non siamo riusciti ad uccidere e forse non uccideremo mai. Il romanzo si svolge in una dimensione quasi onirica, un limbo extraspaziale ed extratemporale dove tutto è rarefatto ma le regole non possono essere infrante, pena la morte. L'unica speranza è l'attesa, per qualcosa che in vero non arriverà mai, anche perché non esiste più, se mai è esistito.

C'è Kafka con il suo processo senza una reale colpa, c'è Becket con un Godot mai nominato eppure sempre lì da venire, c'è Freud, con i meccanismi complessi della mente umana. E ci siamo noi, fragili e forti a un tempo, ma soprattutto soli contro i Tartari inesistenti della nostra esistenza. Un'esistenza che scorre via fra rinvii sine die, che si tramutano in stanchezza con l'avanzare dell'età, e tenuta a volte in piedi da pallidi lumicini che ci illudiamo, come fa il protagonista, siano di di un avamposto tartaro contro cui finalmente sfoderare la spada, l'occasione di riscatto che si aspetta tutta la vita. Un riscatto che pure arriva, ma quando è ormai troppo tardi, facendo per assurdo della morte l'unico riscatto possibile di una vita mal vissuta.

Il film che ne è stato ricavato, con un cast di primissimo ordine (Gassman, Perrin, Gemma, Noiret, Trintignat) non rende ragione al libro, quasi lo tramuta da introspezione sull'animo umano a specchio di certe assurdità della vita militare. Inoltre, dando alle vicende una collocazione spazio-temporale per quanto vaga e a volte appena allusa, toglie quell'aura eterea che è caratteristica fondamentale del romanzo.

E' triste? E' angosciante? Di sicuro non è una lettura spensierata, bisogna aver voglia di guardarsi dentro mentre si scorrono le pagine, come si fa leggendo certi romanzi che quando li chiudiamo ci lasciano dei segni come avessimo preso pugni sullo stomaco. Del resto, a chi lo accusò di copiare Kafka, Buzzati rispose: non sono io, è la vita che lo fa.

lunedì 16 dicembre 2013

Metello - Vasco Pratolini


Oggi come oggi senza una specializzazione non si va da nessuna parte, perciò ho deciso di specializzarmi anch'io. D'ora in poi leggerò solamente libri di scrittori toscani, ambientati nella prima metà del '900, di cui sia stata realizzata una versione cinematografica e che si trovino usati a un euro o due. In effetti ho cominciato già da un po', prima con The girls of Saint Fredian, e poi con Bube's girl; ora ho per le mani Metellow, che in realtà ho comprato nuovo, ma vi ho piazzato la foto di una vecchia edizione e voi fate finta di credere che anche stavolta l'ho pagato pochi spicci.
Viste certe tendenze esterofile, ho anglicizzato i titoli dei libri, dicono che ci si faccia un figurone!

Diciamolo subito senza mezzi termini: è un gran romanzo. Scorrevole, fluido, alterna sapientemente dialoghi e descrizioni, come pure fatti personali della vita dei protagonisti e scene di vita cittadina della Firenze di più di cent'anni fa. E' stato pubblicato nel '52, ci separano dalla sua stesura all'incirca gli stessi anni che intercorrono fra la prima edizione e le vicende narrate. Questa cosa mi fa un po' impressione; nel '52 gli uomini che vissero quell'epoca di anarchismo, socialismo e lotte operaie erano ancora vivi, Pratolini li conosceva, parlava con loro, con il risultato che il racconto è veramente vivido, di prima mano. Sì, insomma, è come sentir raccontare una storia antica direttamente da chi l'ha vissuta, ma con un linguaggio ed uno stile moderni, attuali e, soprattutto, coinvolgenti.

Ci sono libri, e Metello è sicuramente fra questi, che ogni volta che li apri ti schiudono la porta del loro mondo traslandoti in un'altra dimensione spazio-temporale, sia questo per un paio di pagine o qualche ora di lettura. Non necessariamente si tratta di grandi romanzi, piuttosto di romanzi ben scritti, storie ben narrate, fatte di primi piani e campi lunghi, come fossero un film diretto da un abile regista. Metello, invece, come ho premesso, è anche un grande romanzo. A me poi le ambientazioni otto-novecentesche piacciono in modo particolare, mi piacciono le storie di quell'epoca di incredibile trasformazione, sociale, tecnologica e di costume, storie di uomini e donne che con le loro piccole storie hanno contribuito a scrivere la Storia. Perchè sono Betto, Chellini, Olindo, Pallesi, insieme a tanti sconosciuti, ad aver tracciato la strada dei diritti fondamentali di cui gode oggi chi lavora.

Se vogliamo trovare un difetto, questo libro appare nell'insieme leggermente edulcorato, le sofferenze e la miseria hanno toni sfumati, chi le patisce non sembra aver perso il sorriso, o forse l'abbiamo perso troppo rapidamente noi con una crisi economica che paragonata a quei tempi parrebbe abbondanza. Ho visto pure il film, con Massimo Ranieri e Ottavia Piccolo, bello pure lui, strepitosa la colonna sonora di Morricone (mica bau bau micio micio). Forse Ranieri non era adattissimo al ruolo, troppo minuto nel fisico per come Metello è descritto da Pratolini, ma soprattutto troppo triste ed austero rispetto al personaggio scritto. Bellissime le scenografie ed i costumi, sembravano cartoline d'epoca.

Segnalo infine una bella prefazione di Pennacchi che racconta che il libro fu snobbato dagli intellettuali impegnati dell'epoca perché il protagonista antepone spesso il suo piacere personale alle riunioni sindacali, è carente quindi di coscienza sociale (nel senso leninista del termine). Per fortuna, direi, forse è proprio questa umanizzazione, questa presa di distanza dal realismo socialista in campo letterario, a farne un vero capolavoro.

domenica 8 dicembre 2013

La ragazza di Bube - Carlo Cassola


Quando ero piccolo vedevo in giro dei libri bellissimi che si intitolavano La ragazza di Bube, Il giardino dei Finzi Contini, L'Agnese va a morire e credevo che Bube fosse la località d'origine della ragazza in questione, i Finzi Contini una specie di alberi e l'Agnese un animale che come un'elefantessa anziana si recasse da sé al proprio cimitero. Qualche giorno fa ho investito 1 euro per un'edizione con copertina rigida del 1960 del libro di Cassola ed ho scoperto che Bube non è un luogo ma una persona. Ho scoperto pure un romanzo bellissimo, scritto magistralmente, ma soprattutto grande per il modo in cui descrive persone, situazioni e stati d'animo dei protagonisti non solo in modo diretto, ma anche indirettamente attraverso i dialoghi fra di essi.

Il grosso dei fatti si svolge nel primissimo dopoguerra, quel periodo cioè dove speranze e regolamenti di conti si accavallarono spesso nell'animo degli italiani generando purtroppo delusioni ed eccessi (ma forse è semplicistico parlare di eccessi col distacco dato da 70 anni di distanza). Veramente un affresco chiaro su un periodo travagliato della nostra storia, con gli anglo-americani ancora a dirimere le questioni e le morali cattolica e politica a dettare comportamenti e scelte di vita delle persone. Scelte che con gli occhi di oggi appaiono a volte eccessivamente rigide, come nel caso della protagonista, ma che rivelano una forza interiore straordinaria, ancor di più considerando la scarsità di mezzi, soprattutto culturali di cui i più disponevano allora.

Già che c'ero, mi sono visto pure il film di Comencini del '63, con la Cardinale al top della sua bellezza; bello, anche se non quanto il libro cui pure è piuttosto fedele, mostra per immagini un'Italia che il neorealismo ha immortalato per noi.

lunedì 2 dicembre 2013

Le ragazze di Sanfrediano - Vasco Pratolini


Un quartiere popolare di Firenze nell'immediato dopoguerra, la vita quotidiana di un Italia che si rimetteva in moto faticosamente ma con tanta voglia di vivere, un giovane che ci sa fare con le donne (un po' il Sarracino di Carosone), e loro, un gruppo di ragazze acute, spigliate, determinate, che pur nella debolezza del cuore che gli deriva dall'essere innamorate, sanno trovare tutta la loro forza interiore facendo perno sul rispetto che devono a se stesse. Una prosa lucida e delicata, serena, un linguaggio a tratti desueto che dà il piacevole gusto che si prova nel ritrovare un sapore antico. 

C'è moltissimo sentimento in questo libro: personale, per i rapporti che legano il protagonista alle sue conquiste amorose, ma anche sociale, con il ricordo della guerra partigiana che fa spesso da capolino attraverso l'onore che con essa alcuni personaggi si sono conquistati. Non c'è invece il sentimentalismo, non c'è la ricerca della lacrima, dell'"istinto basico", non c'è il tentativo, molto in voga tra alcuni scrittori recenti, di spingere il lettore a trovare se stesso fra le righe, identificarsi, riconoscersi, come se il narcisismo fosse l'unica molla che spinge alla lettura di un romanzo.
E poi c'è la Storia, quella fatta dalle persone semplici o che sulle persone semplici scarica la propria forza dirompente, anche se il neorealismo di Pratolini non ha qui il carico di drammaticità che invece hanno alcune opere cinematografiche dell'epoca, né lo squallore umano di certi racconti di Moravia.

E' un libro delicato, dicevo, che non cerca il colpaccio, non vuole stupire con situazioni iperboliche che nascondono solo vuoti di sostanza (penso agli ultimi libri di Ammaniti). Delicato come un consommè, forse insipido per chi è abituato a consumare dosi massicce di patatine industriali alla paprika, ma strepitosamente piacevole per chi ha la pazienza di sentire il sapore formarsi pagina dopo pagina, lentamente e senza fretta ma con una profondità che non lascia insoddisfatti.

Edizione del 1966, preso un paio di giorni fa da un rigattiere per 50 centesimi, un terzo di biglietto dell'autobus, mezzo caffè, tanta vita.

mercoledì 20 novembre 2013

Lettera al padre - Franz Kafka


Veramente un gioiello, che si fa apprezzare per l'eccellente capacità introspettiva di Kafka (non che non fosse cosa nota!), per come pagina dopo pagina viene scandagliato fin nei minimi particolari il suo rapporto col padre e le psicodinamiche familiari che ne derivavano nel quotidiano menage domestico. Un libro di analisi ed autoanalisi, una trasposizione letteraria (o semplicemente e privatamente epistolare) dell'opera di Freud, un affresco personalissimo e al tempo stesso così universale, dentro il quale ciascuno di noi può intravedere elementi della propria infanzia o genitorialità. Mentre lo leggevo mi sono chiesto se lo stessi sfogliando come figlio o come padre, probabilmente come entrambe le cose, dentro ci ho rivisto, per quanto esasperate, diverse situazioni che ho vissuto nei due ruoli.

Mi ha inoltre aiutato a comprendere meglio sia La metamorfosi, letta in adolescenza, che Il processo, letto invece in età adulta, a capire come sia l'insetto orribile che la persecuzione apparentemente inspiegabile siano probabilmente e semplicemente la vita privata ed interiore dell'autore piuttosto che metafore esistenziali rappresentative dell'uomo moderno e del suo senso di inadeguatezza. Ma nel momento in cui tutto ciò ci viene mostrato nella sua nudità, e ciò avviene grazie alla grandezza della mente e della penna di Kafka, esso diviene anche nostro e per tanto in qualche modo universalizzato e tutt'ora attuale.

Decisamente da non perdere!

domenica 27 ottobre 2013

Novembre alle porte - Chaim Potok


Potok
è Potok, non si discute. La sua inarrivabile maestria è nella narrazione, riesce a catturarti con una prosa che nella penna di altri risulterebbe banale, nella sua è semplicemente chiarezza senza fronzoli. Novembre alle porte non è un romanzo vero e proprio ma la storia, appena romanzata, secondo le dichiarazioni dell'autore stesso, di una famiglia di ebrei russi, dal periodo zarista alla fine della guerra fredda, passando per la rivoluzione d'ottobre, lo stalinismo, i pogrom e tutte quelle altre belle cose che i russi, ebrei e non, hanno dovuto patire per 70 anni. Si legge come un romanzo ma è anche un saggio che racconta in modo circostanziato i fatti e ne descrive le atmosfere che ne derivano attraverso gli stati d'animo dei protagonisti.
Grandissimo libro, peccato per la traduzione, è un continuo di "un gruppo di loro fecero", "la maggior parte andarono", lo stesso errore ripetuto dozzine di volte, perchè putroppo, a volte la gente non si regolano!

mercoledì 15 maggio 2013

Shopping editoriale


Da sinistra a destra:

1) Novembre alle porte, Chaim Potok
Non ha bisogno di presentazioni, preso perchè spesso mi sento coccolato leggendo Potok. Servirà per le lunghe navigazioni, o per le notti in rada.

2) Mi chiamavano montanaro, Alex Bellini
L'ho sfogliato, puzza di ghost writer, ma il tizio mi sta simpatico per la sua caparbietà e poi la sua impresa, folle ma vera, rende il viaggio che sto per compiere molto ordinario, quindi rilassante.

3) P'aca y p'alla, Francesca Carignani.
E' il nome della barca con cui Francesca va a zonzo per l'Egeo, il libro me l'ha dato lei, m'ha pure dato un po' di dritte per la rotta, io in cambio le insegno la differenza fra il teflon e i taglieri Ikea.

4) Il mare di Icaro, Goran Schildt.
L'autore è un architetto finlandese che dalla fine degli anni '40 ha navigato tutte le estati in Mediterraneo con la sua barca a vela. Di lui ho letto Vent'anni di Mediterraneo, uno splendido affresco su un mondo fatto di piccoli villaggi di pescatori divenuti poi negli anni centri vacanza strangolati dal turismo. M'è piaciuto talmente tanto che questo, appena pubblicato, l'ho preso ad occhi chiusi. Aprendolo mi sono accordo che parla di una navigazione verso Istanbul, perfetto quindi per me!

giovedì 27 dicembre 2012

La vera storia del pirata Long John Silver - Bjorn Larsson‎


Il romanzo di un romanzo, la biografia di un personaggio inventato dalla penna di Stevenson e reso affascinante dalla prosa eccellente di Larsson. Il vecchio pirata che sceglie di narrarsi, raccontare la sua esistenza turbolenta, le sue scelte esistenziali, a volte frutto di eventi casuali, altre percorso logico di un carattere indomabile. Le vicende di un uomo ma anche di un'epoca, un racconto storico ed un eccellente saggio sulla marineria antica. Ci sono la gamba di legno ed il pappagallo parlante, ma sono le uniche concessioni all'iconografia stereotipata del pirata (a proposito, lo stereotipo è proprio dal Long John Silver dell'Isola del tesoro che è nato), per il resto c'è una narrazione avvincente, fatta di descrizioni accurate e dialoghi molti acuti.

lunedì 10 dicembre 2012

La scelta di Reuven - Chaim Potok


E' il quarto libro di Potok che leggo, probabilmente non meno bello degli altri che mi avevano fatto gridare al capolavoro, ma sostanzialmente a quelli uguale nello stile e nel contenuto. La storia è più o meno la stessa: un giovane brillante e dotato di intelligenza fuori del comune, incline al dubbio piuttosto che al dogma e per questo osteggiato dai bigotti della propria religione, il quale si ritrova dinnanzi all'annosa scelta di soccombere o lottare per essere se stesso. M'è piaciuto, ma non m'ha avvinto, ad ogni pagina avevo l'impressione di averlo già letto. Fra l'altro, tutto questo discorrere di testi sacri e loro interpretazione, a me che considero bibbie, torah e corani vari un fastello di cazzate che ingannano e soggiogano l'umanità da qualche millennio, alla fine risulta pure un filino noioso. Per fortuna si parla anche parecchio di psicoterapia, argomento che trovo molto di più interessante della religione.
Leggetelo se non avete letto altro di Potok, anzi leggete assolutamente qualcosa di Potok perchè è sicuramente un grandissimo autore. Forse quello dei quattro che mi è piaciuto di più è In principio, non fatevi spaventare dalla mole, sono 6/700 pagine che scorrono via che è una bellezza.

lunedì 3 dicembre 2012

Il danno - Josephine Hart


Preso casualmente di seconda mano su una bancarella, su consiglio di un amico, in cambio di 1 euro, poi rimasto a giacere nella piletta per parecchi mesi. Bello, decisamente bello. E' la storia di una passione più che travolgente, devastante, come solo certe passioni amorose riescono ad essere. Chi ne ha vissuta una sa cosa vuol dire. Ben scritto, offre riflessioni interessante e altre ne induce. Un libro che prende allo stomaco, come la passione, appunto.

sabato 1 dicembre 2012

Cattedrale - Raymond Carver


Carver è fantastico e ve lo dice uno che non ama molto i racconti. Fantastica è la sua capacità di fissare su carta istantanee di vita quotidiana della provincia americana, quella che si arrabbatta per vivere, che non ha soldi nè cultura, nè una vita in qualche modo interessante. I suoi personaggi sono l'antitesi dell'american dream, sono il dolore del fallimento, a volte senza nemmeno la consapevolezza dello squallore che ne consegue. Non si venga a menarla sullo stile: qualunque ricercatezza linguistica striderebbe terribilmente con l'ambientazione dei suoi racconti, qualunque artificio letterario ne eleverebbe indebitamente i protagonisti dall'ordinarietà delle loro esistenze quotidiane a qualcosa che essi stessi non sono riusciti ad essere. Carver fotografa, non giudica, non fa introspezione nè analisi sociologica, almeno non apertamente. Ma questo suo apparente tacere dice molto di più di quanto molte penne illustri di là dell'Atlantico si sforzano vanamente di dire. Carver cattura l'attenzione del lettore senza mettere in scena eroi, veri o fasulli che siano, ci parla piuttosto di noi, di ciò che siamo o avremmo potuto essere se qualcosa non fosse andata per il verso giusto. Leggetelo se volete capire, se volete capirvi.

lunedì 19 novembre 2012

La casa sopra i portici - Carlo Verdone


Non so come sia entrato in casa, non l'avrei mai comprato, ma quando l'ho visto, ho iniziato a sfogliarlo ed è finita che me lo sono letto tutto. Innanzitutto onore all'onestà di Verdone che ha dichiarato in TV che lui ha raccontato ed un ghost writer ha messo su carta. Onore pure al ghost writer, Fabio Maiello, che ha reso tutto con prosa semplice e gradevole. E' una sorta di autobiografia che ruota attorno ad un bellissimo appartamento di Lungotevere, di un palazzo che avete potuto ammirare in tutti i TG di un paio di giorni fa mentre faceva da sfondo alle manganellate che un poliziotto dava in faccia ad un manifestante già immobilizzato. Mi viene in mente il bellissimo film di Scola, La famiglia, fatte ovviamente le debite proporzioni sul valore culturale dell'opera.

Il libro trasuda di romanità perduta. Dico perduta perchè è la romanità di una famiglia borghese, una romanità che non esiste più, soppiantata dal macchiettismo coatto alimentato da certi modelli televisivi. Ci sono atmosfere cittadine che ricordo molto bene, un'umanità scanzonata e sorniona ma raramente maleducata, al contrario di oggi dove l'arroganza è il leit motiv che si respira a pieni polmoni nelle strade. C'è il rammarico di Verdone per questa irrimediabile perdita, rammarico che è da tempo anche il mio.

Recentemente sono stato a Palermo, Napoli e Mantova, tre bellissime città cui ho invidiato soprattutto il fatto che fossero abitate da palermitani, napoletani e mantovani, che le botteghe fossero quelle che servono alla vita quotidiana di chi ci vive, che ci fossero il fornaio, il barbiere, la ferramenta, e non una sfilza interminabile di bar e ristoranti ad uso e consumo di visitatori del weekend in arrivo dalla cintura suburbana e turisti occasionali.

Roma è morta, sopravvivono i suoi palazzi e la sua impareggiabile bellezza architettonica, per quanto vituperata dall'incuria e dal saccheggio, fisico e morale. Ma non è più una città, non sono più i romani i suoi abitanti. Ai pochi rimasti, per lo più anziani, restano i ricordi ed il dolore che dà una perdità identitaria così profonda.

mercoledì 14 novembre 2012

Le correzioni - Jonathan Franzen


Se fosse un audiovisivo sarebbe un TG1 delle 20, preoccupato di non guastare l'appetito dello spettatore anche quando la notizia è una strage orribile in un mercato mediorientale. E' un romanzo, invece, che ci dice che moriremo tutti, molti di noi devastati dall'alzheimer o affogati nelle proprie ed incontrollate emissioni corporali; è una dolorosissima realtà, cui noi non credenti non possiamo opporre neanche l'illusoria consolazione dell'infinito. Eppure per Franzen il dramma umano, l'inguaribile malattia epilogo dell'esistenza, va edulcorato, come si conviene fra persone per bene.

Spettacolarizzazione americana della cultura, l'ha definita qualcuno e in questo mi trovo perfettamente d'accordo. Viva Roth, che ti sbatte in faccia la devastazione cui porta il cancro ad un qualche organo vitale, così senza mezzi termini, senza condirla con venature di umorismo che vogliono stemperare ciò che non può, e forse neanche deve, essere stemperato.

Il libro parte molto bene, ma si perde dopo un paio di centinaia di pagine. I lunghi capitoli centrali sono piuttosto noiosi e densi di dialoghi il cui spessore non soddisfa la pretesa di dire più di ciò che le parole stesse che si scambiano gli interlocutori riescono a dire. Si divaga spesso, a volte in modo funzionale alla narrazione, altre decisamente no. Nel finale, all'ultimo capitolo di circa 100 pagine, si riprende, ma divenendo altresì un po' scontato, teminando là dove fin dall'inizio si capiva volesse andare a parare. Dove sono i colpi di scena di cui qualcuno ha detto?

Un romanzo mediocre nel complesso, sia stilisticamente che per il contenuto. E visto che si dice che questo sia il migliore di Franzen, mi sa che il mio rapporto con l'autore si conclude qui. I Lambert, recita la quarta di copertina, siamo noi. Magari, dico io! Magari le tensioni familiari cui ho assistito in famiglie normalissime, fossero tutte là. O sono il solo a non vivere in un condominio del Mulino Bianco?

giovedì 1 novembre 2012

Saggio sulla lucidità - José Saramago


Tanto m'ha appassionato, intrigato, emozionato, colpito Cecità, quanto m'ha annoiato Saggio sulla lucidità, al punto di decidere di mollarlo a due terzi circa. Il primo è una spietata analisi dell'animo umano attraverso il resoconto di fatti realisticamente possibili, il secondo un'indagine sul lato oscuro del potere, basato su una premessa realistica ma sviluppato su una serie di fatti che più che alla fantapolitica attengono, quasi, al fantastico. Lo stile è lo stesso, quel serrato periodare che quasi fa strabuzzare gli occhi tanto è fitto. Ma se in Cecità ad alleggerire la lettura ci pensano gli avvenimenti, serrati non meno dello stile, in Saggio, dove spesso devono scorrere parecchie pagine perché accada qualcosa di concreto, tutto diventa più pesante da seguire. I fatti stessi, inoltre, mi sono apparsi a volte scontati e prevedibili, laddove possono essere riferiti analogicamente a situazioni golpistiche degli ultimi decenni, o poco verosimili quando frutto genuino della fantasia dell'autore.
Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe: se leggere Cecità è quasi un dovere per ogni essere pensante, a non leggere questo non si commette di sicuro un peccato.

venerdì 26 ottobre 2012

Una voce di notte - Andrea Camilleri


Una volta li ho contati, erano più di 40, tutti messi in fila, uno appresso all'altro su un ripiano della mia libreria. Sto parlando dei libri di Camilleri che ho comprato e letto (e adorato) negli ultimi 20 anni. Ultimamente m'ero un po' stancato e da un annetto non lo leggevo più. Poi l'altro giorno mentre ero da Feltrinelli per comprare un libro che mi aveva chiesto mia figlia, l'ho visto, e mi sono detto: è un "Montalbano", è sempre piacevole; e l'ho porto alla cassiera per metterlo in busta.

Prima nota stonata: il prezzo, 14 euro, mi è parso eccessivo. Fino a poco tempo fa costavano 10, siamo al 40% in più, non è poco. D'accordo, quello dell'editoria è un mercato come tutti gli altri (ma anche no, ma qui si aprirebbe una voragine discorsiva), ma soprattutto in tempi di crisi, certi aumenti hanno un forte sentore speculativo. Come quelli dei petrolieri o delle compagnie assicurative, inutile inveire contro quest'ultimi allora, è la legge della domanda e dell'offerta, ciascuno la applica come può, per tutti gli altri l'intramontabile Legge del Menga.

Seconda cosa che mi ha subito colpito: il linguaggio. Dall'italiano frammisto a termini siciliani o siculamente distorti, Camilleri è passato al puro dialetto, anche per la voce narrante, dove non sarebbe strumento di definizione di un personaggio (Catarella, tanto per dire, parla giustamente come Catarella), quindi non indispensabile. Camilleri stesso, in un intervista in TV, ha dichiarato che il suo siciliano non esiste, è piuttosto una sorta di trasposizione letteraria di ciò che è il dialetto siciliano nell'immaginario dei non siciliani. Questa scelta, però, intralcia la lettura, vuoi perché si moltiplicano i termini di significato sconosciuto (e lo dice uno che ha passato le estati della propria infanzia in Sicilia), vuoi perché i dialetti in genere sono di difficile trascrivibilità per i loro fonemi spesso biascicati. Si pensi alla "c" romanesca, spesso trascritta "sc", in realtà intrascrivibile. Insomma, il passo della lettura inciampa inevitabilmente, sottraendo conseguentemente fluidità alla lettura.

Ciò premesso, il racconto si sviluppa sul plot solito, la griglia è sempre la stessa, gli eventi si susseguono secondo uno schema arcinoto a chi è avvezzo alla lettura di Montalbano. Anche le gag sono le solite: le sciarriatine con Livia, i pizzini didascalici di Fazio, il cinismo del dottor Pasquano, le papere di Catarella e via discorrendo. Il punto è che in tutto questo contesto pare mancare la sostanza. I guizzi di genialità che contraddistinguono molti dei libri dei Camilleri, "Privo di titolo" tanto per citarne uno, proprio non ci sono. Resta solo un cliché già noto che finisce per far diventare Montalbano & company una caricatura di loro stessi e l'autore un epigono di ciò che fu. Solo verso il finale le vicende assumono un po' di vigore, colorando una trama che per molte pagine è stata piuttosto scialba, anche se attraverso il solito coinvolgimento della politica più alta, lasciato intravedere nelle prime pagine; fatto, anche questo, già visto molte volte sugli stessi schermi.

Tutto questo pensavo durante la lettura, che è comunque scorsa rapida nelle ultime 24 ore, fra una seduta mattutina in vasca da bagno ed un paio di viaggi in metro; poi invece, arrivato all'ultima pagina, leggo una nota che avverte che si tratta di un libro scritto anni prima e non pubblicato. Effettivamente alcuni dei riferimenti, per nulla velati, alla situazione politica italiana si rifanno ad avvenimenti non recentissimi. Ma davvero è uno scritto ripescato dal fondo di un cassetto di casa Sellerio? A pensar male si fa peccato, però... La nota spiega che si tratta di "misteriose alchimie editoriali", forse è solo un libro meno riuscito di altri tenuto in serbo per i momenti di stanca. D'altra parte da tempo c'è chi insinua che ci siano diverse penne dietro la medesima firma, dietro una produzione così intensa; io mi associo alla schiera dei dubbiosi. Dubbioso anche, e molto, di comprare il prossimo che pubblicherà. Come dite? Ne è uscito un altro proprio stamattina? Naaaaaa!

lunedì 15 ottobre 2012

Tre camere a Manhattan - George Simenon


L'incredibile lucidità con cui viene scandagliata la psicologia amorosa dei due protagonisti vale già da sola la lettura di questo romanzo. Due persone normali, alle prese con i dubbi e le contraddizioni interiori degli uomini della nostra epoca (nostra malgrado sia un libro pubblicato 60 anni fa), lontani anni luce dai modelli iperbolici e fasulli di certi narratori dell'ultima ora. Simenon non ha bisogno di stupire con colpi di teatro, ti prende ma non ti trattiene a forza né con l'inganno; è la sua capacità di descrivere, perfettamente, ma senza dilungarsi, fatti, luoghi e personaggi a tenere viva l'attenzione del lettore. Coglie con maestria tale i punti salienti, con poche e giuste parole, che mai si ha un dubbio sull'essenza di un personaggio, mai si rischia la confusione, neanche fra quelli di secondo piano. La solitudine e l'amore, l'amore come fuga dalla solitudine, l'amore come passione ed infine l'amore come scelta esistenziale. Il percorso umano, ma anche mentale, di François e Kay somiglia a quello di tanti di noi, esseri spesso contraddittori ma non ambigui, piuttosto ambivalenti nei rapporti con gli altri. Mi viene in mente un verso di una canzone di Guccini: "sospesi fra voglie alternate di andare e restare...". Ecco, pare scritto proprio per questo romanzo, per i suoi protagonisti e le loro vite; ma anche, forse, per quelle di tanti di noi.