Questo blog nasce dalla passione per i libri e dalla volontà di raccogliere insieme un po' di commenti che ho lasciato in giro qua e là su Facebook. Non sono un critico letterario nè ambisco esserlo, sono soltanto un lettore che ama riflettere su ciò che legge e condividerlo con gli altri per confrontarsi. Non ci sono tutti i libri che leggo, ma solo quelli di cui ho avuto voglia di parlare, anche senza ragioni specifiche, magari soltanto perchè in un determinato momento avevo voglia di farlo.

sabato 1 dicembre 2012

Cattedrale - Raymond Carver


Carver è fantastico e ve lo dice uno che non ama molto i racconti. Fantastica è la sua capacità di fissare su carta istantanee di vita quotidiana della provincia americana, quella che si arrabbatta per vivere, che non ha soldi nè cultura, nè una vita in qualche modo interessante. I suoi personaggi sono l'antitesi dell'american dream, sono il dolore del fallimento, a volte senza nemmeno la consapevolezza dello squallore che ne consegue. Non si venga a menarla sullo stile: qualunque ricercatezza linguistica striderebbe terribilmente con l'ambientazione dei suoi racconti, qualunque artificio letterario ne eleverebbe indebitamente i protagonisti dall'ordinarietà delle loro esistenze quotidiane a qualcosa che essi stessi non sono riusciti ad essere. Carver fotografa, non giudica, non fa introspezione nè analisi sociologica, almeno non apertamente. Ma questo suo apparente tacere dice molto di più di quanto molte penne illustri di là dell'Atlantico si sforzano vanamente di dire. Carver cattura l'attenzione del lettore senza mettere in scena eroi, veri o fasulli che siano, ci parla piuttosto di noi, di ciò che siamo o avremmo potuto essere se qualcosa non fosse andata per il verso giusto. Leggetelo se volete capire, se volete capirvi.

lunedì 19 novembre 2012

La casa sopra i portici - Carlo Verdone


Non so come sia entrato in casa, non l'avrei mai comprato, ma quando l'ho visto, ho iniziato a sfogliarlo ed è finita che me lo sono letto tutto. Innanzitutto onore all'onestà di Verdone che ha dichiarato in TV che lui ha raccontato ed un ghost writer ha messo su carta. Onore pure al ghost writer, Fabio Maiello, che ha reso tutto con prosa semplice e gradevole. E' una sorta di autobiografia che ruota attorno ad un bellissimo appartamento di Lungotevere, di un palazzo che avete potuto ammirare in tutti i TG di un paio di giorni fa mentre faceva da sfondo alle manganellate che un poliziotto dava in faccia ad un manifestante già immobilizzato. Mi viene in mente il bellissimo film di Scola, La famiglia, fatte ovviamente le debite proporzioni sul valore culturale dell'opera.

Il libro trasuda di romanità perduta. Dico perduta perchè è la romanità di una famiglia borghese, una romanità che non esiste più, soppiantata dal macchiettismo coatto alimentato da certi modelli televisivi. Ci sono atmosfere cittadine che ricordo molto bene, un'umanità scanzonata e sorniona ma raramente maleducata, al contrario di oggi dove l'arroganza è il leit motiv che si respira a pieni polmoni nelle strade. C'è il rammarico di Verdone per questa irrimediabile perdita, rammarico che è da tempo anche il mio.

Recentemente sono stato a Palermo, Napoli e Mantova, tre bellissime città cui ho invidiato soprattutto il fatto che fossero abitate da palermitani, napoletani e mantovani, che le botteghe fossero quelle che servono alla vita quotidiana di chi ci vive, che ci fossero il fornaio, il barbiere, la ferramenta, e non una sfilza interminabile di bar e ristoranti ad uso e consumo di visitatori del weekend in arrivo dalla cintura suburbana e turisti occasionali.

Roma è morta, sopravvivono i suoi palazzi e la sua impareggiabile bellezza architettonica, per quanto vituperata dall'incuria e dal saccheggio, fisico e morale. Ma non è più una città, non sono più i romani i suoi abitanti. Ai pochi rimasti, per lo più anziani, restano i ricordi ed il dolore che dà una perdità identitaria così profonda.

mercoledì 14 novembre 2012

Le correzioni - Jonathan Franzen


Se fosse un audiovisivo sarebbe un TG1 delle 20, preoccupato di non guastare l'appetito dello spettatore anche quando la notizia è una strage orribile in un mercato mediorientale. E' un romanzo, invece, che ci dice che moriremo tutti, molti di noi devastati dall'alzheimer o affogati nelle proprie ed incontrollate emissioni corporali; è una dolorosissima realtà, cui noi non credenti non possiamo opporre neanche l'illusoria consolazione dell'infinito. Eppure per Franzen il dramma umano, l'inguaribile malattia epilogo dell'esistenza, va edulcorato, come si conviene fra persone per bene.

Spettacolarizzazione americana della cultura, l'ha definita qualcuno e in questo mi trovo perfettamente d'accordo. Viva Roth, che ti sbatte in faccia la devastazione cui porta il cancro ad un qualche organo vitale, così senza mezzi termini, senza condirla con venature di umorismo che vogliono stemperare ciò che non può, e forse neanche deve, essere stemperato.

Il libro parte molto bene, ma si perde dopo un paio di centinaia di pagine. I lunghi capitoli centrali sono piuttosto noiosi e densi di dialoghi il cui spessore non soddisfa la pretesa di dire più di ciò che le parole stesse che si scambiano gli interlocutori riescono a dire. Si divaga spesso, a volte in modo funzionale alla narrazione, altre decisamente no. Nel finale, all'ultimo capitolo di circa 100 pagine, si riprende, ma divenendo altresì un po' scontato, teminando là dove fin dall'inizio si capiva volesse andare a parare. Dove sono i colpi di scena di cui qualcuno ha detto?

Un romanzo mediocre nel complesso, sia stilisticamente che per il contenuto. E visto che si dice che questo sia il migliore di Franzen, mi sa che il mio rapporto con l'autore si conclude qui. I Lambert, recita la quarta di copertina, siamo noi. Magari, dico io! Magari le tensioni familiari cui ho assistito in famiglie normalissime, fossero tutte là. O sono il solo a non vivere in un condominio del Mulino Bianco?

giovedì 1 novembre 2012

Saggio sulla lucidità - José Saramago


Tanto m'ha appassionato, intrigato, emozionato, colpito Cecità, quanto m'ha annoiato Saggio sulla lucidità, al punto di decidere di mollarlo a due terzi circa. Il primo è una spietata analisi dell'animo umano attraverso il resoconto di fatti realisticamente possibili, il secondo un'indagine sul lato oscuro del potere, basato su una premessa realistica ma sviluppato su una serie di fatti che più che alla fantapolitica attengono, quasi, al fantastico. Lo stile è lo stesso, quel serrato periodare che quasi fa strabuzzare gli occhi tanto è fitto. Ma se in Cecità ad alleggerire la lettura ci pensano gli avvenimenti, serrati non meno dello stile, in Saggio, dove spesso devono scorrere parecchie pagine perché accada qualcosa di concreto, tutto diventa più pesante da seguire. I fatti stessi, inoltre, mi sono apparsi a volte scontati e prevedibili, laddove possono essere riferiti analogicamente a situazioni golpistiche degli ultimi decenni, o poco verosimili quando frutto genuino della fantasia dell'autore.
Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe: se leggere Cecità è quasi un dovere per ogni essere pensante, a non leggere questo non si commette di sicuro un peccato.

venerdì 26 ottobre 2012

Una voce di notte - Andrea Camilleri


Una volta li ho contati, erano più di 40, tutti messi in fila, uno appresso all'altro su un ripiano della mia libreria. Sto parlando dei libri di Camilleri che ho comprato e letto (e adorato) negli ultimi 20 anni. Ultimamente m'ero un po' stancato e da un annetto non lo leggevo più. Poi l'altro giorno mentre ero da Feltrinelli per comprare un libro che mi aveva chiesto mia figlia, l'ho visto, e mi sono detto: è un "Montalbano", è sempre piacevole; e l'ho porto alla cassiera per metterlo in busta.

Prima nota stonata: il prezzo, 14 euro, mi è parso eccessivo. Fino a poco tempo fa costavano 10, siamo al 40% in più, non è poco. D'accordo, quello dell'editoria è un mercato come tutti gli altri (ma anche no, ma qui si aprirebbe una voragine discorsiva), ma soprattutto in tempi di crisi, certi aumenti hanno un forte sentore speculativo. Come quelli dei petrolieri o delle compagnie assicurative, inutile inveire contro quest'ultimi allora, è la legge della domanda e dell'offerta, ciascuno la applica come può, per tutti gli altri l'intramontabile Legge del Menga.

Seconda cosa che mi ha subito colpito: il linguaggio. Dall'italiano frammisto a termini siciliani o siculamente distorti, Camilleri è passato al puro dialetto, anche per la voce narrante, dove non sarebbe strumento di definizione di un personaggio (Catarella, tanto per dire, parla giustamente come Catarella), quindi non indispensabile. Camilleri stesso, in un intervista in TV, ha dichiarato che il suo siciliano non esiste, è piuttosto una sorta di trasposizione letteraria di ciò che è il dialetto siciliano nell'immaginario dei non siciliani. Questa scelta, però, intralcia la lettura, vuoi perché si moltiplicano i termini di significato sconosciuto (e lo dice uno che ha passato le estati della propria infanzia in Sicilia), vuoi perché i dialetti in genere sono di difficile trascrivibilità per i loro fonemi spesso biascicati. Si pensi alla "c" romanesca, spesso trascritta "sc", in realtà intrascrivibile. Insomma, il passo della lettura inciampa inevitabilmente, sottraendo conseguentemente fluidità alla lettura.

Ciò premesso, il racconto si sviluppa sul plot solito, la griglia è sempre la stessa, gli eventi si susseguono secondo uno schema arcinoto a chi è avvezzo alla lettura di Montalbano. Anche le gag sono le solite: le sciarriatine con Livia, i pizzini didascalici di Fazio, il cinismo del dottor Pasquano, le papere di Catarella e via discorrendo. Il punto è che in tutto questo contesto pare mancare la sostanza. I guizzi di genialità che contraddistinguono molti dei libri dei Camilleri, "Privo di titolo" tanto per citarne uno, proprio non ci sono. Resta solo un cliché già noto che finisce per far diventare Montalbano & company una caricatura di loro stessi e l'autore un epigono di ciò che fu. Solo verso il finale le vicende assumono un po' di vigore, colorando una trama che per molte pagine è stata piuttosto scialba, anche se attraverso il solito coinvolgimento della politica più alta, lasciato intravedere nelle prime pagine; fatto, anche questo, già visto molte volte sugli stessi schermi.

Tutto questo pensavo durante la lettura, che è comunque scorsa rapida nelle ultime 24 ore, fra una seduta mattutina in vasca da bagno ed un paio di viaggi in metro; poi invece, arrivato all'ultima pagina, leggo una nota che avverte che si tratta di un libro scritto anni prima e non pubblicato. Effettivamente alcuni dei riferimenti, per nulla velati, alla situazione politica italiana si rifanno ad avvenimenti non recentissimi. Ma davvero è uno scritto ripescato dal fondo di un cassetto di casa Sellerio? A pensar male si fa peccato, però... La nota spiega che si tratta di "misteriose alchimie editoriali", forse è solo un libro meno riuscito di altri tenuto in serbo per i momenti di stanca. D'altra parte da tempo c'è chi insinua che ci siano diverse penne dietro la medesima firma, dietro una produzione così intensa; io mi associo alla schiera dei dubbiosi. Dubbioso anche, e molto, di comprare il prossimo che pubblicherà. Come dite? Ne è uscito un altro proprio stamattina? Naaaaaa!

lunedì 15 ottobre 2012

Tre camere a Manhattan - George Simenon


L'incredibile lucidità con cui viene scandagliata la psicologia amorosa dei due protagonisti vale già da sola la lettura di questo romanzo. Due persone normali, alle prese con i dubbi e le contraddizioni interiori degli uomini della nostra epoca (nostra malgrado sia un libro pubblicato 60 anni fa), lontani anni luce dai modelli iperbolici e fasulli di certi narratori dell'ultima ora. Simenon non ha bisogno di stupire con colpi di teatro, ti prende ma non ti trattiene a forza né con l'inganno; è la sua capacità di descrivere, perfettamente, ma senza dilungarsi, fatti, luoghi e personaggi a tenere viva l'attenzione del lettore. Coglie con maestria tale i punti salienti, con poche e giuste parole, che mai si ha un dubbio sull'essenza di un personaggio, mai si rischia la confusione, neanche fra quelli di secondo piano. La solitudine e l'amore, l'amore come fuga dalla solitudine, l'amore come passione ed infine l'amore come scelta esistenziale. Il percorso umano, ma anche mentale, di François e Kay somiglia a quello di tanti di noi, esseri spesso contraddittori ma non ambigui, piuttosto ambivalenti nei rapporti con gli altri. Mi viene in mente un verso di una canzone di Guccini: "sospesi fra voglie alternate di andare e restare...". Ecco, pare scritto proprio per questo romanzo, per i suoi protagonisti e le loro vite; ma anche, forse, per quelle di tanti di noi.

domenica 5 agosto 2012

In principio - Chaim Potok


Prosegue la mia storia d'amore col barbuto rabbino newyorkese. 600 pagine sono scivolate via in pochissimi giorni, leggère come una carezza, ma profonde come pochi. Tema centrale di questo libro, l'odio ed il cieco pregiudizio che lo alimenta; l'odio razziale ma anche quello personale. L'odio come modo assurdo di sfogare le proprie frustrazioni, l'odio per il diverso, per il più debole, l'odio come affermazione di sé.

Sullo sfondo delle vicende storiche americane ed europee degli anni '20 e '30 (la grande depressione, l'avvento del nazismo, la guerra), l'infanzia e l'adolescenza di David Lurie, un bambino ebreo straordinariamente dotato nell'intelletto ma sfortunato nel fisico a causa di una caduta da neonato, e la sua crescita spirituale e morale scevra, per sua autonoma scelta, di condizionamenti religiosi.

Come ne Il dono di Asher Lev, anche stavolta il protagonista è una persona profondamente religiosa che però non affronta la fede con passività ma si pone domande e cerca delle risposte, sfidando suo malgrado la gretta ottusità degli ortodossi preoccupati solo di gareggiare fra loro sul campo dell'iperfideismo. La religione, quindi, vista come punto di partenza per aprirsi al mondo e non per rifiutarlo e chiudersi in se stessi o nel proprio microcosmo culturale.

600 pagine che non annoiano mai, non perché stupiscano con continui colpi di scena, ma perché l'indole naturale dell'autore per la narrazione le riempono di ritmo e sostanza in modo pressoché perfetto e quando c'è sostanza gli effetti speciali diventano inutili, ridondanti. Un libro pieno di cultura e sapienza antiche di millenni, che non vuole insegnare, eppure lo fa, lontano anni luce dalla filosofia spicciola formato sms dei vari Coelho, Volo, Murakami, ecc. Potok non era un guru nè aspirava ad esserlo, evidentemente. Un libro che riesce a trasmettere serenità malgrado narri di tragedie immani ed epocali come la shoah o la crisi economica degli anni '30. Un libro di quelli che ti rapiscono, che per giorni ti fanno vivere nella loro realtà, illustrandotela pazientemente, e che sanno trasportarti in tempi e spazi lontani senza farti sentire un estraneo.

Uno sprono continuo ad usare la propria testa per pensare, a non accettare pedissequamente qualunque cosa arrivi da un pur autorevole pulpito. Un'esortazione a reagire alle avversità e combatterle, ma senza per questo ostinarsi quando queste dovessero essere soverchianti. La ricerca della verità come punto irrinunciabile della propria esistenza, il rifiuto della Verità e di coloro che ritengono di averla in tasca. La memoria di ciò che si è stati come punto di partenza verso ciò che si vuole essere. Lo smettere di odiare senza per questo precipitare in melensi e fasulli amori universali.

Inevitabile il confronto con Philip Roth, troppi gli elementi in comune: entrambi ebrei neworkesi, fra loro contemporanei, entrambi formidabili narratori. Ma dove Roth con il suo nichilismo sembra chiudere ogni porta alla speranza, Potok al contrario lascia sempre intravedere la salvezza, se non per l'individuo, per l'umanità. I suoi personaggi mantengono sempre la loro dignità ed i loro principi, anche nel dolore, senza precipitare nell'edonismo quale risposta alle domande sul senso della vita. Diversi anche nello stile: colto e travolgente come un fiume in piena Roth, pacato e mai ricercato Potok.

Una piccola nota sul prezzo di copertina: 11 euro, quanto un centinaio di pagine di autori più alla moda o classici i cui diritti sono scaduti da secoli. Questo per dire che certi discorsi sul costo dei libri sono bugie degli editori. E' il libero mercato, la legge della domanda e dell'offerta, che male c'è a dirlo chiaramente?

Di questo, come dell'altro libro di Potok che ho letto, fatico a parlare tanto me ne sento pieno. Mi sento emozionato, stordito, positivamente sconvolto. Sconvolto ed innamorato. Di un barbuto rabbino newyorkese; io, anticlericale fino al midollo, chi l'avrebbe detto!